Cosa collega Amleto a un mulino? Il genio di De Santillana lo ha scoperto. Perché forse, come diceva qualcuno in una commedia diversi anni fa, tra noi e qualunque altro essere umano nel mondo esistono soltanto sei gradi di separazione. E non solo fra esseri umani ma anche fra oggetti, eventi, storie antiche e moderne, latitudini, longitudini, direzioni diverse, inverse, che alla fine si collegano in uno stesso punto. Questo blog è un crocevia libero che si apre verso tutte le direzioni. FRANCESCA PACINI
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Poco fa mi sono casualmente imbattuta in una frase che mi ha colpito. “Per cambiare rotta, quando guidiamo una nave, bastano pochi gradi. E arriviamo perfino in un altro continente”.
Pochi gradi. Pochi gradi per raggiungere un altro continente.
Vero. Spesso immaginiamo i cambiamenti come rivoluzioni epocali, come saghe infinite in cui smantelliamo ogni nostra parte, “moriamo” e rinasciamo. A volte, per cambiare basta poco. Basta…una goccia.
Troppo spesso siamo concentrati sul “grande” e perdiamo di vista il “piccolo”, anche nelle cose di noi che vogliamo cambiare.
Nessun cambiamento è indolore. Quei pochi gradi, possiamo scommetterci, costeranno pezzi di pelle e pezzi d’anima a chi decide quella “virata”.
Però è da lì che si parte.
Non a caso la metafora della barca e del mare è una delle più amate. In fondo, la vita è davvero come un viaggio in mare aperto, una navigazione a vista, un guardare orizzonti che si spostano continuamente.
Noi siamo la barca, sì. Ma siamo anche il marinaio e il mare.
N.B. Avevo già scritto il post quando ho avuto notizia del disastro aereo delle Comore. Ho deciso, dopo averci pensato, di lasciarlo comunque. Perché la sincerità è meglio dell'ipocrisia. Toglierlo dopo averlo pubblicato sarebbe stato "falso", dato che era stato scritto senza conoscere questa tragedia. E perché io fra due giorni volerò comunque, e perché come me ogni giorno migliaia di persone attraversano i cieli. E un po' di ironia su alcuni aspetti un po'grotteschi forse ci aiuta a distendere un po' i nostri timori. Perchè di fatto, volare è un rischio davvero. Lo sa bene chi, oggi, dopo il disastro aereo non ha più un futuro.
Finalmente qualche giorno di stacco. Vado in Sicilia. E prendo l'aereo. Ogni volta, come capita a molti, provo una leggera vertigine al pensiero di rimare bloccata lassù, per aria, con i finestrini sigillati. Nessuno va pazzo per gli aerei, siamo onesti. Ma è una paura che si vince, sopraffatta dal pensiero dei luoghi che visiteremo, delle persone vecchie e nuove che incontreremo, della "vacanza della mente" in cui ci infileremo.
L'unica cosa che, ogni volta, mi urta, è il discorsetto inaugurale delle hostess (non prendo l'aereo da un po', ma non credo sia cambiato).
Si piazzano lì, in mezzo al corridoio, con il loro sorriso che allaga la faccia e l'altezza...celestiale; iniziano a fare segnali da vigile mentre ti spiegano cosa fare nel caso l'aereo avesse problemi. E tu NON vuoi assoultamente che abbia problemi, l'aereo. E non vuoi neppure pensarci. Fai di tutto, prima della partenza, per ignorare il fatto che da lì a breve i tuoi piedini non toccheranno più nessun suolo, che per nessuna ragione potrai uscire o aprire un finestrino (a meno che tu non faccia come la mia vecchia insegnante di storia dell'arte, che durante il volo a New York, vinta dalla claustrofobia, chiese alla hostess di turno: "posso aprire il finestrino per fare entrare un po' d'aria?" e alla - ovvia - risposta negativa lasciò che il panico dilagasse...preferiva farsi fare lo scalpo dall'aria, lei, piuttosto che sostenere il concetto di "finestrino sigillato"). Non scenderai e starai buono buono per tutto il viaggio, lungo o corto che sia. Cerchi di non pensare che i i palazzi tra poco saranno grandi come puntini neri su un ippopotamo, cerchi di evitare ogni richiamo a quella sospensione da terra quando loro, le hostess, ti sbattono in faccia non solo la concretezza del volo, ma addirittura la possibibilità di guasti, ammaramenti, atterragi di fortuna (o nessun atterraggio, se sei davvero sfigato).
Ladies and gentlemen please pay attention as we display the safety features and procedures of this aircraft in case of emergency. Even if you are a frequent flyer you should listen careully to the indication of the flight attendants.
Each seat in this aircraft has a safety-belt that must be fastened when the appropriate signals are on. Please notice how to fasten, fit, and unfasten the seat-belts. For you own safety, we suggest you to keep you seat-belt fastened anytime while seated.
During an emergency please remain in your seat with your seat-belt fastened and your seat in the up-right position.
In case of a drop in cabin pressure breathing masks will drop from the ceiling. Wear you mask and breathe normally. If someone needs help wearing the mask, remember to wear yours before helping others.
During an evacuation of the aircraft the walkway emergency lights will guide you to the emergency exits, which are located in the front, middle and rear part of the cabin. Please locate the exit colser to you, and notice it could be behind you.
In case of an emergency landing you will instructed to get into the "brace" position which is shown in the safety sheet you can find in front of you seat. You must get into the "brace" position if you hear the order "Brace, brace!".
In the unlikely case of an emergency landing in water, the life jacket is located under your seat. You must wear the life jacket as shown by the flight attendants, and inflate it only outside the aircraft. The life jacket will inflate automatically if you pull the strap you can find on your chest. If this doesn't happen, you can find a rubber straw which can also be used to inflate the jacket. On the jacket you can find a torch and a whistle.
For any information about the safety issues of this airplane please check the safety card located in front of you seat and feel free to ask the flight attendants.
As we prepare for take-off, we ask you to check that your seat-belt is fastened, you table is up and locked, and you seat is in the up-right position.
We thank you for your attention and we wish you a pleasant flight!"
E se per caso sei fortunato e non sai l'inglese, ecco che ti becchi, subito dopo, la traduzione:
"Signore e signori cortesemente prestate attenzione alla dimostrazione delle caratteristiche e delle procedure di sicurezza di questo aeromobile. Anche se siete soliti volare frequentemente vi invitiamo ad ascoltare con attenzione lee indicazioni degli assistenti di volo.
Ogni posto di questo aeromobile è dotato di una cintura di sicurezza che deve essere indossata mentre l'apposito indicatore è acceso. Osservate come agganciare, regolare e sganciare le cinture di sicurezza. Per la vostra sicurezza, vi invitiamo a tenere le cinture allacciate per tutto il tempo in cui siete seduti.
Durante un'emergenza rimanete seduti ai vostri posti con la cintura di sicurezza allacciata ed il sedile in posizione verticale.
Nel caso di una depressurizzazione della cabina, le maschere ad ossigeno usciranno da appositi scomparti collocati nel soffito dell'aereo. Indossate la maschera e respirate normalmente. Se un altro passeggero necessita di aiuto per indossare la maschera, vi ricordiamo di indossare la vostra prima di aiutare altri.
Durante l'evacuazione dell'aeromobile alcune luci di emergenza mostreranno un sentiero luminoso che vi condurrà alle uscite di emergenza, che sono posizionate nella parte anteriore, centrale e posteriore dell'aeromobile. Identificate l'uscita a voi più vicina, e ricordate che potrebbe trovarsi dietro di voi.
Nel caso di un atterraggio di emergenza vi verrà indicato di assumere la posizione di sicurezza, che è mostrata nell'opuscolo che trovate di fronte al vostro sedile. Dovete assumere la posizione di sicurezza non appena udite il comando "Brace, brace!".
Nell'improbabile eventualità di un ammaraggio, potete trovare un giubbotto galleggiante sotto il vostro sedile. Il giubbotto va indossato come mostrato dagli assistenti di volo, e gonfiato solo all'esterno dell'aereo. Il giubbotto si gonfierà automaticamente tirando l'apposito nastro. Se questo non dovesse succedere, potete gonfiare il giubbotto utilizzando l'apposito tubo di gomma. Attaccati al giubbotto trovate anche una lampada di segnalazione ed un fischietto.
Ci stiamo preparando al decollo, pertanto vi invitiamo a controllare che la vostra cintura di sicurezza sia correttamente agganciata, che il tavolino sia sollevato e bloccato e che il vostro sedile sia in posizione verticale.
Per ulteriori informazioni circa la sicurezza a bordo di questo aeromobile vi invitiamo a leggere l'apposito opuscolo che trovate di fronte a voi, e vi ricordiamo di non esitare nel chiedere informazioni agli assistenti di volo.
Vi ringraziamo per l'attenzione e vi auguriamo un piacevole volo
Un volo piacevole se state zitte, per favore. Io a guardare quelle improbabili uscite di sicurezza mi sento male. Infatti ogni volta "fischietto" e guardo fuori dal finestrino, guardo le ultime valigie che vengono caricate, guardo l'ala dell'aereo, guardo il cielo...insomma guardo tutto ma non loro.
Le istruzioni sono preziose. Come dire: moriremo, sì, ma..."istruiti". Con il nostro bel manuale di viaggio.
Comunque, al di là del disagio iniziale, quando l'aereo decolla la sensazione è davvero incredibile: ti senti sospeso, galleggi in un vuoto in cui gli spazi esterni all'improvviso sembrano deformi: troppo piccoli, troppo lontani, troppo vicini...Troppo. Sempre un "troppo" di mezzo a falsare la sensazione della realtà, delle proporzioni ordinarie, delle fughe prospettiche.
Adoro quel momento, io. E' un po' come tornare bambini, quando andavamo in altalena e il vuoto ci dava quei piacevoli brividini sulla pancia che non aveva farfalle ma interi gruppi di coleotteri.
Ecco, se le hostess tacessero supererei meglio quell'attimo di disagio che precede la meraviglia del volo.
Tanto, lo sappiamo una volta "lassù", c'è poco da fare.
C'è solo da godersi il volo e chiedere a quei sorrisoni una bella bibita. Magari gelata.
Lo so, quando si tratta della lingua italiana divento rompiscatole.
Ma non sopporto proprio alcuni modi di dire "moderni".
Uno per tutti: il famigerato "h24".
Posso - con un grosso sforzo - tollerarlo nel ragazzetto con le chiappe di fuori e le mutande a strisce, la lingua bucata dal piercing e il cellulare ultima moda. Ma sentirlo pronunciare, come mi è successo, da una tizia della Protezione civile intervistata in un talk show giornalistico, all'interno di un discorso serissimo e articolato...beh, mi sembra un po' troppo.
Lei diceva "Lavoro h24". Io domando: "ma perché non dici "ventiquattro ore"? O "tutto il giorno e tutta la notte"? o "Sempre"?
Insomma, l'italiano le scelte ce la lascia. Accidenti, se ce le lascia.
Queste contrazioni del linguaggio vanno bene per un sms, una frase frettolosa scritta su Facebook, una ciarla su un blog...
Ma nel parlato proviamo a non farci corrompere dalla pigrizia.
Sembra che a parlare sia, che so, un replicante. O Hal 9000 (che nella sua ribellione usa invece un linguaggio articolato e certamente più "umano").
H24 è davvero brutto. Ha un suono metallico. Stride, nella fluidità di un discorso.
Purtroppo oggi le formule "mordi e fuggi" stanno invadendo il linguaggio.
Ma io continuo a ribellarmi.
E a coltivare le mie idiosincrasie.
Come quella relativa alle dita di chi ti sta parlando, i cui indici e medi improvvisamente si sollevano in aria per grattarne la superficie. Sì, mi riferisco alla famosa animazione del "tra virgolette".
Sembra che abbiamo i con i crampi alle mani...
Il sogno viaggia dentro e fuori di noi. Ci appartiene, ci “segna”, traccia la strada che fatalmente percorreremo.
Il sogno è crogiuolo, groviglio, dedalo di sfumature, crocicchio di illusioni e fantasmi, desideri e speranze. È proteiforme come i colori della notte stessa, quella che per prima ci insegnò, da bambini, a valicare la frontiera diurna penetrando i giardini segreti.
Ma cos’è, esattamente, il sogno? Per l’uomo antico era la chiave di accesso alla trascendenza, l’oracolo notturno che arrivava da mondi lontani e avvisava, suggeriva, a volte taceva. In un mondo in cui tutto era sacro, il sogno era faccenda di dèi. Erano loro a inviare messaggi più o meno ermetici, a suggellare la veglia sulle umane questioni che da lassù, da quei cieli abitati, apparivano nel nitore di una trama precisa, tessuta da mani invisibili. Il sogno apparteneva a chiunque, alla strega e al sacerdote, al patrizio e al plebeo, al vecchio e al bambino.
Di sogni profetici è costellata ogni storia, sacra o laica che sia.
E se mentre Giacobbe sogna gli angeli vanno e vengono dal cielo, quando l’incubo notturno squassa la mente ogni deformazione luciferina arriva, con un brivido, a farci visita.
Eppure il sogno non è una realtà univoca. È ambiguo come ambigua è la vita dietro le apparenze della “ragione”.
Il sogno incanta, inganna, mescola, confonde. O chiarisce, certo. Dipende da sorti a noi impenetrabili.
Di certo nell’era moderna è Freud a ritrovarne il senso smarrito. Il progresso dei lumi, le sorti “magnifiche e progressive” lo avevano relegato nello spazio un po’ stravagante delle questioni “irrazionali”; svuotato del sacro di cui era parte, il sogno rimaneva appeso in una notte che non si faceva troppe domande.
Freud arrivò. E ne recuperò l’importanza. Ne indicò i simboli moderni che affiancarono gli antichi arcani.
Il sogno, dicevo, non è mai razionale né univoco. Ha tante direzioni possibili, collude o confligge con i nostri pensieri, ci precede o ci accompagna, si insegue di notte ma si insinua nel giorno, colorando la realtà attraverso una sottile invadenza che negli “occhi aperti” fa ritrovare la strada delle fughe notturne.
Ogni sogno è importante. Non ci sono sogni “maggiori” o “minori”. La partitura della musica onirica compie ogni giro e conosce ogni chiave. E se è vero che i sogni profondi ci restano addosso, è anche vero che i piccoli, “insignificanti” sogni in cui svuotiamo i residui diurni ci aiutano a integrare le esperienze che viviamo e che abbiamo vissuto.
Alcuni sogni sono “di razza”, sì. Ma anche i “meticci” hanno la loro importanza.
E di giorno, a occhi aperti, tutti continuiamo a sognare.
Sogniamo un mondo migliore, evadiamo dalle grotte del quotidiano per volare liberi, in alto, sollevati dall’ansia della materia.
Eppure se il sogno ci invade troppo diventa prigione. Perché la realtà è qui, adesso. Non ha vie di fughe, non offre scampo. Si accade, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno.
Per calibrare sogno e realtà ci vuole un buon ago nella nostra bilancia.
Se l’uomo ha sempre esplorato i territori del sogno per dar vita a ogni slancio creativo, è anche vero che a volte nei sogni si è perso per sempre.
Entrare e uscire dal sogno richiede talento, sforzo e misura.
Per questo dobbiamo muoverci con molta prudenza da svegli.
E lasciarci sprofondare, di notte, nei luoghi impossibili abitati da ogni possibilità.
Online il nuovo numero di Silmarillon. Il dossier è sul tema del sogno.
Un grazie a tutti quelli che ancora una volta mi hanno regalato il loro tempo e la loro scrittura. Grazie, davvero.
Confesso: ho ceduto anche io alla tentazione. Sono su Facebook. Del resto, il mio lavoro si basa di comunicazione si basa anche sulle nuove tecnologie e i nuovi strumenti offerti dal web. Giusto, dunque, andare a dare un'occhiata.
Anche perché per visitare il sito devi essere registrato.
Così ho creato la mia pagina, provato a caricare qualche foto, cercato vecchi amici (ecco, di fatto su questo punto funziona davvero: ho ritrovato care persone nell'altra parte del mondo, sfumate nel tempo come accade ai titoli di coda).
Benissimo, bella esperienza. Con un click ritrovi vecchi amici. Ma poi? Che si fa su Facebook tutti i giorni? Si chatta, si chacchiera, si aggiornano le proprie pagine.
E così ho cominciato a imbattermi in frasi assolutamente indispensabili:
"Mi sto facendo la doccia"
"Che palle questa pioggia"
"Ho fatto il test Che animale sei?"
"Vado al mare"
"Vado in montagna"
"Sto a casa e dormo"
Insomma, uno zibaldone di assoulta necessità, per me e per il resto del mondo.
E. a questo punto, mi sono ritirata. Non capisco, forse sono troppo involuta per questo modernissimo mezzo. Ma a me di commentare questi squarci di intensa autobiografia davvero non va. E di me non saprei che dire...Che scrivo?
Oggi ho fatto la spesa
Ma a chi interessa? A me no di certo: l'ho fatta.
Forse posso evocare dubbi filosofici, sociali o sistenziali, posso sollevare punti interrogativi...
"Se ho sette caramelle e me e rubano due quante caramelle mi restano?"
La "scribacchio-mania" che oggi imperversa ha aspetti interessanti ma, diciamocelo, anche aspetti del tutto inutili. Forse ci vorrebbe, che so, una specie di "raccolta differenziata" delle comunicazioni.-..
E poi c'è il solito, vecchio discorso: i rapporti virtuali sono anche una trappola. Anche se ci si conosce fuori dal web. Il test di "immunità"al riguardo? Basta vedere quanto tempo dedichiamo alle tradizionali, faticose e impegnative relazioni "fisiche" dopo le nostre incursioni sul web.
Per questo Facebook è anche un po' Fakebook.
Ci sono tanti "falsi" in circolazione, e non parlo del fenomeno, certo inquietante, delle identità "apocrife" piazzate sul sito, ma del nostro modo di relazionarci agli altri attraverso l'immagine che si decide di dare, protetta dalla frontiera del nostro schermo e del nostro mouse.
E' un discorso che abbiamo già affrontato più volte, qui al Mulino.
E quando su Facebook vedo gente incollata allo schermo, tutta intenta a produrre intensi commenti sull'amica che ha comprato la crema antirughe (wow! brava! adesso sì che prendi il sole!) mi domando se non sia meglio provare a vederli, questi amici. Specie se abitano nella nostra città.
Non so, ma io continua a piacermi il guardare le persone dritto nelle palle degli occhi.
E poi, ho sempre una domanda che circola liberamente nella mia testa: ma la gente non ha niente da fare???
Visto che il tempo è sempre carente, mi domando quanto ne resti, dopo queste prolungate soste su Facebook, per fare ciò che ci piace. E, soprattutto, incontrare esseri umani "dal vivo". C'è ancora la stessa differenza che passa tra l'ascolto di un Cd e un concerto dal vivo. Almeno credo. O no?
Non mi occupo di polica ma di comunicazione. E devo dire che, malgrado tutte le sacrosante critiche al logo varato dal Pdl e presentato dalla Brambilla, non riesco a non pensare che in fondo si tratta di un logo..."onesto".
Onesto, sì. Perché rispecchia perfettamente quell'Italia oleosa e patinata che smerciamo all'estero. Quella delle cartoline, degli "spaghetti pizza e mamma mia", delle tovaglie a quadrettoni e dei mandolini strimpellati per gli stranieri.
L'Italia "estera" delle "fettucine Alfredo" ("who's this Alfredo?" domandavo a tutti disperata, quando vivevo in America) e del "ragù with meatballs" (laddove le meatballs sono polpettone da mezzo kilo), della pasta scotta e delle salse di ketch up rovesciate sopra con disinvoltura.
L'Italia della gestualità estrema, ridicola, quela dei provoloni che acchiappano le straniere per strada...
Insomma, l'immagine posticcia che tanto piace ai paesi stranieri. Quell'immagine turistica e massificata, come quella delle statuine che affollano i negozi di Via della Conciliazione, come quella dei Centurioni davanti al Colosseo (prego - cheese - sorridere please)...
In fondo, a Berlusconi, uomo tipico della macchia mediterranea, vero "caratterista" della commediola italiana più spicciola, non dispiace questo logo così banale e scontato, come le sue comunicazioni.
Mentre Giulia beve la sua Coca Coca a casa della nonnina e gioca a carte con la sua famiglia, in giro per il mondo c'è gente che cena per aria, da Dubai a Tel Aviv.
Si tratta dell'ultima trovata "celeste" trovata in fatto di mode. E' così trendy, ora, partecipare a una di queste lussuose cene che stanno riscuotendo un successone, alla faccia della crisi.
Personalmente, non vedo che piacere ci possa essere nell'essere issata insieme a una marmaglia elegante-vestita su una piattaforma, legata a una sedia (già, perché chi casca diventa una polpetta...non commestibile), a tavola con forchette e coltelli ben ancorati al tavolone, e tirata su a 50 metri di altezza.
Eppure, "fa fico".
Questa nuova, bizzarra trovata sta spopolando. Basta visitare il sito ufficiale spulciando menù, chef volanti, aereo-video e fotografie.
Bah. Boh. E ancora bah.
Semplicemente, trovo cretino spendere 15.00 euro - questo il prezzo dell'"altissima, purissima, costosissima" cena in alta quota. Una cena durante la quale non puoi nemmeno muoverti (ma come si fa a fare pipì? Si apre una botola sotto la sedia?), inchiodata come non capita neanche a quei noiosissimi raduni gastronomici per comunioni, matrimoni, anniversari e quant'altro.
Non pagherei mai 15.000 euro per stare incollata alla sedia. Manco fossi un politico!
A questo punto, preferisco quella "falsa" di Giulia. Io vado a mangiare da sua nonna. E voi?
Piccolo spazio pubblicità.
Ai tempi della crisi, si sceglie volentieri di menzionarla. E' un esorcismo, un citare la parola incriminata per toglierle potere, per eliminare lo spauracchio, il bau bau, l'orco nero del nostro consumismo.
A me, personalmente, questa scelta non piace. Perlomeno, finora non ho trovato un modo elegante, efficace, nell'affrontarla inserendola negli spot. Che a volte finiscono per essere ancora più "falsi", più lontani dalla realtà, di quelle Borse che all'improvviso hanno rivelato la facciata bugiarda dietro la tracotanza, the dark side of the banks.
Stucchevole, posticcio, irritante. Mi riferisco allo spot della Coca Cola, quello che spara in scena Giulia, eroina post-consumista che alle vacanze in un resort preferisce la casa della nonna, alla pizza il sushi, al salame il caviale, al ristorante costoso un ragù fatto in casa...
Pare quasi un ritorno alla vita frugale, alle smarrite identità comunitarie. Un inno alla semplicità, al "fai da te fai per tre", ai valori tradizionali che si contrappongono a questa modernità così vuota, plastificata. Peccato che poi Giulia si tracanni litri di Coca Cola.
La prima volta che ho visto la pubblicità, che all'inizio mi aveva divertito, incuriosito (i disegni sono molto carini), alla comparsa ldella Coca Cola - sorpresa sorpresa! - sono rimasta basita. E mi sono sentita agguantare per i fondelli.
Non prendere, agguantare.
Perché davvero la Coca Cola è invece il marchio imperituro del consumismo, dell'omologazione, di tutto ciò che di global esiste al mondo. E' perfino riuscita a venderci la sua immagine di Babbo Natale, che da allora - e per sempre, nei secoli dei secoli, amen - sarà identificato con il signore panciuto e rossovestito che gironzola nei nostri cieli tra renne e strenne. E che, ci scommettiamo, ha contribuito a tanti natali spendaccioni (a proposito: Giulia, a Natale che fai? vai a fare il cenone alla Caritas?).
Sento puzza di presa in giro. Sul serio, è ridicolo che una simile pubblicità sia propinata proprio dalla Coca Cola. E vada per le ricerche della felicità (molto diverse da quella del film di Muccino) a suon di lattine stappate, ma quest'ultima trovata pubblicitaria è veramente fuori luogo. Esageratamente fuori luogo.
Io mi sento presa in giro. Non c'è male, come "restyling" pubblicitario: dalle evocazioni di esistenze luculliane ed epicuree a una versione "saturnia", austera e rigorosa.
Beh, io di Coca Cola non ne bevo molta. Ma adesso ridurrò il suo consumo. Perchè voglio seguire i consigli di Giulia: invece di comprare lattine (che poi finiscono per inquinare) bevo solo acqua di rubinetto.
Giusto, Giulia?
Il mestiere del copy ha a che fare con la creatività, l'inatteso, "l'urto" che sbalza fuori dal rettilineo di uno schema prevedibile attraberso l'ingegno.
Ma, più che di generazione dei copy, parlerei, a volte, di generazione del "copy e incolla".
La grande diffusione di internet porta inevitabilmente con sé il risvolto della medaglia: ogni cosa nuova, creativa, viene immediatamente copiata, riprodotta in serie, proprio come nelle opere di quello "squinternato" - ma molto geniale - Andy Wharol.
E il fenomeno non riguarda solo i copy che invece di inventare...copyano, appunto.
Riguarda chiunque.
E riguarda non solo la scrittura ma la nascita di buone idee, di cose nuove, mai viste prima (le "mucche viola", laddove il colore non ha nulla a che fare con la mucca di Milka).
Francamente, trovo irritante questo copia&incolla che impazza. Ma c'è poco da fare.
Anni fa, fui fra i pionieri dei corsi per redattori in case editrici. Poi, c'è stata una moltiplicazione che ha quasi del miracoloso: "pane e pesci" in tutto lo stivale, da Bolzano a Catania.
Una vera eruzione di corsi simili, che non aggiungevano nulla all'originale. Oggi ne sorrido, ma all'epoca mi arrabbiai molto perché non mi consolava il fatto che la mia idea fosse stata copiata da tutti.
In fondo, succede sempre così, quando si ha una buona idea.
La cosa divertente è che ancora oggi vedo in giro, a proposito di questi corsi (e affini) una soluzione che all'epoca (parlo del 2000) era davvero innovativa: sul sito dell'agenzia per la quale lavoravo, dirigendo anche i corsi in questione, pubblicai il nome e cognome degli stagisti di fine corso, e la loro destinazione. Non lo faceva nessuno, perlomeno non nel nostro contesto (e finora non mi è giunta notizia di nessun altro contesto che lo abbia fatto in precedenza).
Oggi, tutti, dico tutti, quelli che propongono corsi analoghi hanno sfruttato questo tipo di comunicazione.
Si tratta solo di un'idea. Ma è questo il punto: mancano le idee, oggi. E' come avere a disposizione tante pietanze ma non saperle cucinare. Gli ingredienti sono lì, hanno solo bisogno di essere riuniti, cotti a puntino. Ma tu continui a vedere solo pezzettini isolati.
Quando ero più "piccolina", me la prendevo molto per gli eserciti di copy (mi ricordo di una mia stagista che all'improvviso se ne andò facendo la sua agenzia; peccato che copiasse ogni pagina del sito che ogni volta aggiornavo: stessi termini, stessi concetti, stessi titoli); oggi ho imparato a fregarmene.
Peccato, però, che ci siano molti "spacciatori di idee" in circolazione.
E che una certa omologazione (sociale, culturale, plotica,ecc.) abbia dato vita a un deserto privo di linfa.
Per fortuna, parallelamente esiste un'altro universo in cui pullula la creatività. Nel pensare, nel progettare, nello scrivere, nel fare.
Mosche bianche. Anzi, mucche viola.
Di solito non amo parlare di politica. Ma stavolta non posso trattenermi. Ha a che fare direttamente con il mio mestiere, quello delle parole e della comunicazione.
Mia madre si vede recapitare questa accorata lettera di Dario Franceschini. Già la busta è terribile. Recita in stampatello il nome del destinatario, mia madre cioè:
SILVIA COLOCCI CONIU PACINI
Laddove "coniu" sta per "coniugata". Infatti mia madre si chiama Silvia Colocci e ha sposato un Pacini.
E vabbè.
Ma quando mi mostra la lettera l'"orrore" si trasforma in esibizione da avanspetaccolo:
"Gentile Signora Silvia Coniu".
Silvia Coniu? Ancora stiamo ridendo, io e mia madre.
Mettiamo bene in chiaro una cosa: a me non importa un fico secco che si tratti del PD. Poteva toccare serenamente al PDL. Infatti chi legge il blog o la rivista online sa benissimo che il giudizio è distaccato e cerca, di volta in volta, pregi e virtù di qualunque colore...
Ma stavolta tocca, ahimé, al PD. Che ha mosso mari e monti (e poltrone e segretari) per creare questo nuovo, monumentale partito all'insegna del "nuovo". Ma di nuovo, ahimé, c'è davvero poco. Soprattutto nella comunicazione. Ecco un bell'esempio della vecchia, ammuffita, noiosa "retorica del politichese". Puzza di muffa, davvero. La lettera è una teoria di banalità, una sfilza di qualunquismi scritti nella peggior maniera: quella dell'Uomo Qualunque. O, per fare una citazione letteraria, dell'Uomo senza Qualità.
"Da qualche mese a questa parte, con il nostro Paese immerso in una crisi ecnomica grave e profonda (davvero?), la vita si è fatta ancora più difficile (ma va'!!). Sa perfettamente di cosa parlo, perché sono cose che La riguardano in prima persona o che toccano da vicino le persone a Lei care". Mamma mia, che tono paternalistico da "grande famiglia". "Con la pensione e lo stipendio non si riesce più a star dietro ai prezzi che salgono quando si fa la spesa. Poi ci sono i costi per la casa, le bollette e si temono gli imprevisti". Accidenti, che casalingo perfetto. Una Miss Doubtfire de noantri (peccato non abbia la verve di Robin Williams: Franceschini sembra nato "vecchio", con quell'aria da bravo secchioncello).
Questo tono fraterno, buonista, da preoccupazione condita con pacca sulla spalla è francamente irritante. Ma lui, indomito, prosegue: "Magari si vorrebbero aiutare i propri figli o i propri nipoti, perché pensando a loro le preoccupazioni sono tante: se troveranno mai un lavoro che non sia così precario, se dopo aver fatto tanti sacrifici per farli studiare si potrà finalmente vederli sereni e soddisfatti (mi commuovo fino alle lacrime, altro che Libro Cuore, De Amicis gli fa un baffo), se questi ragazzi riusciranno a sposarsi e ad avere i soldi per l'affitto o meglio ancora un mutuo (basta, datemi un altro fazzoletto!).
Ma il peggio deve ancora venire. "Le donne italiane hanno faticato tanto nella vita (ah, ecco, siamo all'elogio delle donne). Lavorando, in casa e fuori casa e sempre occupandosi della famiglia, sempre colmando le assenze di noi uomini (disgustoso: un'operazione di "azzerbinamento" farcita di enfasi e buffetti a quei monellacci dei maschi).
Ora viene il culmine: "Il mio impegno nei Suoi confronti è affinché la Politica le restituisca almeno in parte, la parte più grande possibile, questa fatica e questa generosità" (ma insomma, non avete un altro fazzoletto? qui le lacrime colano copiose)
Finalmente, il punto: "Le chiedo di votare il Partito democratico alle elezioni...bla bla".
E il finale, che chiude - devo dire con toni coerenti - queste sbrodolate moine elettorali:
"La saluto, augurando ogni bene a Lei e ai suoi cari".
Titoli di coda. E diciamo che di coda ne vedo parecchia. Di testa, invece, poca.
Ma veramente sarebbero questi i cambiamenti della politica? Una lettera simile non fa che compiere l'elogio del qualunquismo, della superficialità, del fare "barbone" che elemosina manciate di voti facendo appello ai buoni sentimenti, come nei film americani (ma senza il loro talento).
Dovremmo davvero commuoverci? Crederci? Questa lettera è, dal punto di vista della comunicazione, un fallimento totale. Non "intacca", non incide. Scivola via come un po' di Malox quando si ha la gastrite. E' una lettera pallida, insipida, priva di forza e carattere (ecco, se per esempio vogliamo ricorrere ai sentimenti "leccati", almeno inventiamoci cose nuove, come il Mulino che vorrei: guardate il sito, è comunque ben fatto anche se non si condivide la politica ruffianella e un po' leziosa). Qui non c'è nulla. Proprio nulla.
Peccato, perdere così occasioni elettorali. Non faccio torto a mia madre se riporto ciò che mi ha detto: "Se avevo una mezza idea, ora...". Ecco, immaginatevi il proseguimento di quell'"ora" pronunciato con aria rassegnata.
Ma chi scrive questi testi? Un ragazzetto del liceo? In realtà, sembra più la scrittura di un nonno in pensione...C'è anche un pizzico della Tamaro di Va' dove ti porta il cuore, ma anche lei, al confronto, sembra una ragazzaccia cattiva.
Anche senza toccare i picchi di Obama, con i suoi bravi spin doctors, se ci si rimbocca un po' le maniche qualcosa si può fare.
Chissà perché, alla sinistra piace attardarsi nel masochismo. Se si vuole perdere, basta dirlo subito.
Franceschini farebbe comunque meglio a rivedere cosa manda in giro, piuttosto che occuparsi delle faccende (e della patta dei pantaloni) di un Berlusconi che, si sa, è il tipoco ometto da commedia italiana, a metà fra Amici miei e un Vitellone da Bagaglino. Ma chissenfrega di Noemi. Ma cos'è questo starnazzare, questo can can dietro le marachelle del Presidente? Sembra che debba fare un'abiura alla Galilei (alcuni toni rimbalzano da Novella 2000 alle Inquisizioni teologiche). Di Franceschini vorrei sentire altro. A me importa piuttosto quali i programmi, e gli intenti. E se il tono è lo stesso di questa lettera deprimente, siamo messi male. Molto male.